Letture dantesche di Vittorio Gassman

Questo nostro gioiello, si è salvato dalle fiamme (salvo un principio d'incendio, subito domato, l'8 Settembre 1906) grazie alla gestione, oculata e gelosissima, prima della famiglia Fregoso, che lo volle edificare, poi della Società Condomini proprietari dei palchi. Pur nelle sue ridotti dimensioni di bomboniera, ha sempre suscitato l'interesse e l'ammirazione di uomini e di cultura ed appassionati di tutto il mondo. Il compinato Giovanni Spadolini, Senatore , nella sua visita del 3 Gennaio 1989, lo definì un insostituibile tassello della cultura universale.

Ma l'avvenimento di maggior importanza della storia recente del Teatro si svolse nel Maggio del 1993, quando il grande Vittorio Gassman lo scelse per le sue recite Dantesche, trasmesse poi per intero dalla RAI. Chi ha avuto il privilegio di seguire quelle riprese si è sentito completamente partecipe di quella intensa esperienza intellettuale, artistica ed umana, che emotivamente comprendeva personaggi storici e cameraman, anime dannate e pazienti segretarie di produzione, il Sommo Poeta ed il suo più grande interprete teatrale. Si vide la fatica, la tensione, il sudore, lo sforzo quasi maniacale per un risultato artistico definitivo. Fu una prova suprema nella solitudine del monologo, un corpo a corpo col gigante della poesia: così Vittorio Gassman recitò Dante Alighieri, quaranta canti da trasmettere uno a sera, come il più raffinato ed enigmatico serial televisivo di tutti i tempi.

Riportiamo, di seguito, brevi brani che descrivono alcuni momenti davvero magici e le forti sensazioni provate da due testimoni eccellenti: il regista della trasmissione Rubino Rubini ed il giornalista del Corriere della Sera e Panorama Maurizio Giammusso, autore del libro "Il dante di Gassman" edito da Mondadoti.

". . . . . . La luce piena di un pomeriggio domenicale illumina il paesino verde e felice del Montefeltro, in quel lembo di Romagna che è alle spalle di San Marino. Duemilaquattrocento abitanti ed un grappolo di case strette tra la Rocca fregoso ed il Teatro Angelo mariani. Gassman e la sua troupe devono ancora arrivare. L'albergo è appena fuori dell'abitato storico. Vecchie case tenute benissimo, vicoli puliti come fossimo in Svizzera conducono in alto. Sette secoli fa Dante Alighieri è stato qui, dicono alcune fonti. È salito per questa stradina di sampietrini grigi e sbuffi d'erba, fino a questo possente portale di legno. Il bastione è più alto che largo, mura ardite a strapiombo sulla vallata, come un gigante in punta di piedi, in bilico su un trampolino di roccia. Il castello ha storia antica. Ma il signore che più d'altri vi impresse la sua orma è Uguccione della Faggiola, cantato come "Il Veltro Ghibellino" nelle canzoni popolari. Dante Alighieri, riconoscente per l'ospitalità, gli dedicò la prima cantica della ?Divina Commedia?. Anche questo, come tanti angoli segreti d'Italia, è dunque un luogo Dantesco, meglio conservato, più sconosciuto di altri".

" . . . . . . Dietro una piccola porta di legno c'è un luogo senza tempo, fermo e solitario da quasi cento anni. Lo costruì la borghesia ricca e un po' velleitaria che voleva anch'essa la sua Scala, il suo San Carlo, in una cittadina cento volte più piccola della Milano o della Napoli del tempo. C'è tutto: un palcoscenico profondo, spazi di manovra per le scenografie che ospitano antiche macchine sceniche, una platea di legno senza poltrone, tre giri di palchi. Ma ogni cosa ha dimensioni sorprendentemente ridotte, un decimo di quel che si potrebbe aspettare: perfino i corridoi di accesso ai palchi sono così stretti che uno spettatore panciuto non vi passa ed uno appena un po' alto, deve camminare chinando la testa. Sembra di entrare nel castello di Biancaneve coperto di ragnatele: il sipario è quello di allora, coi colori sbiaditi, gli ori appannati e la trama consunta che sbuca qua e là, gli stucchi, i fregi di legno, i velluti dei palchi sono sfilacciati".

". . . . . . Il Teatro Angelo Mariani di Sant'Agata Feltria in quella notte di neve ci sembrò irreale e misterioso, ci procurò una sensazione paragonabile alla gioia dell'archeologo che scopre un tesoro che non cercava. Una porticina, una stanzetta buia senza contorni precisi, poi quattro lampadine che si accendono e scoprono tre ordini di palchi grandi ognuno come un piccolo armadio, una platea ancora con i panchetti confusamente sparpagliati due secoli prima, un palcoscenico di quinte e fondali a colonna, dipinta ad olio, un lampadario sghembo, stucchi e velluti laceri, dipinti??tutto persino troppo bello. Quella sera il tartufo seppe di cenere, il letto non bastò a scaldare i nostri sogni, le parole non servirono per descrivere la nostra anima: il contagio era ormai in atto.
Quando però alcuni mesi dopo arrivammo nello stesso luogo con il rutilante carrozzone di tecnici e telecamere che sempre accompagna il nostro lavoro, spoetizzando qualunque luogo e situazione, devo dire che ritrovammo le stesse emozioni, la stessa sicurezza di essere stati noi ad avere trovato il tartufo più grosso di Sant'Agata: stava in piazza da trecento anni e nessuno se ne era accorto".